Vuoi metterti con me? Sì/No/Voto/DCP

Capiamo un po' come si flirta da zoomer e cosa si deve scrivere alla propria crush.

Ciao,

Io sono Vincenzo e questa è zio, il tuo estremo tentativo per cercare di riconnetterti con tuo cugino.

Che si dice? Io nulla. Cosa devo dirti? Non ci conosciamo poi così tanto.

Però puoi cercare di conoscere un po’ meglio me e questa newsletter ascoltando un paio di chiacchiere che ho fatto negli ultimi giorni 👉 Qui facciamo i boomer con Giada Arena nel suo podcast “Nuda e Cruda”, qui invece esploriamo un po’ di cose giovani (...) con i ragazzi di “Ragù”. Non ti interessa. Ok. Cos’hai oggi?

Va bene. L’ultima volta abbiamo parlato di emoji e grammatica WhatsApp. Ci siamo tutti presi bene e ne è nata una conversazione diffusa che regge ancora adesso.

Ma effettivamente non abbiamo risolto un cazzo: alla fine, come si scrivono i messaggi? Come si parla a una persona che si ritiene rilevante nella propria sfera affettiva?

Come lo fanno i giovani-di-oggi? Esiste una regola? E soprattutto, quanto sono diverse le paranoie prepuberali e gli innamoramenti malcelati nell’universo della Gen Z, rispetto a quelli delle generazioni che l’hanno preceduta?

A quanto pare tanto, forse, capiamo.


Facciamo un gioco

È maggio e sei in seconda media. Porti i pantaloni di una tuta da ginnastica e una t-shirt senza pretese — mettiamo stile Hard Rock Cafe, o di una band random tipo i Green Day. Fuori fa caldo, in classe un discreto afrore ormonale, a casa delle spinacine sfrigolanti ti finiranno nel piatto e poi in pancia. Educazione fisica è stata letale. La vita è un bel casino.

Totalmente ignaro della nozione di “cringe” — ancora inesistente — e spinto dall’anno scolastico che sta arrivando alla fine, hai strappato un patetico foglietto dalla Smemo, ci hai scritto sopra “Mi piaci, ti piaccio? Sì/No”, hai disegnato due quadrati per favorire una risposta e lo hai fatto passare alla persona che ti piace da altri compagni di classe — non a lei in prima persona, chiaramente.

È — metti caso — il 2001. Forse hai già un telefono in tasca, messaggiare costicchia, e la frequenza di contatti giornalieri con gli altri numeri della tua rubrica è episodica, non continuativa né scontata: il cellulare è un purissimo strumento di comunicazione, un ponte per una dinamica più reale. Dal modulo “sì/no”, a quel punto, non si scappa. Altrettanto chiaramente ti è andata male :(

dra(mmati)co vegetale

Non ricordo di aver mai mandato un bigliettino “Ti vuoi mettere con me risp” — forse una volta, ora che ci penso. Non ha funzionato, ma era per il meme.

So per certo però che in classe ne giravano a pacchi, che è un riferimento culturale condiviso, un passaggio obbligato, una specie di Prima comunione seminale. Lo hai fatto anche tu e adesso te ne stai vergognando.

Il biglietto “sì/no” era solo uno dei duecento metodi esistenti per ingaggiare una discussione romantica con un’altra persona, per togliersi un dubbio, per inviare un messaggio ammiccante ;)

La vita degli adolescenti — che io ricordi, tendenzialmente maliziosa — ne era piena: erano il modo per ricoprirsi di ridicolo, ma anche di un’armatura di spugna che aiutasse ad attutire il colpo, a portare avanti una dinamica giocosa in un momento della vita in cui ogni rifiuto può essere ferale. Un modo innocuo per accollarsi un rischio. E non l’unico.

Tipo: il “Gioco della bottiglia”, per esempio. Che senso aveva, se non quello di farti bruciare le tappe e farti limonare con chi volevi saltando due o tre passaggi? Anche “Obbligo o verità”, altro acceleratore disperato per chi — iscrivendosi al registro dei partecipanti — era disposto ad apporre una gigantesca firma su un patto che diceva, a lettere cubitali, “BENVENUTO NELLA MACCHINA DELLO SPUTTANAMENTO”. Te lo ricordi? Certo che te lo ricordi.

Potevi farlo anche senza bottiglia. Ce n’era un altro poi che si chiamava tipo “Francobollo”: possibile? Mi sa che c’entrano dei baci e dei pugni. Una gigantesca metafora di vita.

Cosa voglio dire, comunque: che veniamo quasi tutti da una storia condivisa, da dinamiche più larghe di una generazione — come se queste esperienze, questi riti di passaggio fossero stati tramandati a voce in un mondo che fino a sei giorni fa era abitato solo da gente che ha dovuto imparare a usare Internet in età più adulta. Ma “veniamo”, appunto. Noi. Prima.

Devo riportarti nel 2021.


Obbligo o veri-DAD eh eh eh

È marzo, e il tuo terzo isolamento fiduciario. Stai scrollando Instagram e non ti perdi un post fino a che non esce scritto che li hai visti tutti, convincitene, prova a farti una vita, non so, apri un altro account per esempio.

Ti accorgi che con curiosa frequenza alcuni degli utenti più giovani tra quelli che segui hanno pubblicato un sondaggio mezzo incomprensibile nelle Stories: “V o DCP?”. O “Voto o DCP?”, che il tuo cervello peraltro ricodifica immediatamente in “DPCM” 💁‍♂️

Forse neanche ci hai fatto caso. Ti chiedi: ma che vuol dire? Chi risponde davvero a questi sondaggi?

Non tu.

“V/DCP” è più o meno uno di quei meccanismi di cui parlavamo sopra. È un modo per mandare un chiaro messaggio flirtarello, ma contemporaneamente non esporsi a un rifiuto romantico.

È stato un mezzo trend adolescenziale fino a qualche mese fa — qualcuno ancora lo usa. Vuol dire “Voto/Dico cosa penso”, e funziona così: se sei per “Voto”, la persona che ha lanciato il sondaggio deve venire a darti un voto in privato. Se hai scelto “Dico cosa penso”, invece, deve scriverti cosa pensa di te. Così, brutale.

Capisci bene che un meccanismo del genere è un artificio perfetto per stanare i timidi, capirsi meglio, darsi luci verdi o rosse a vicenda prima di intraprendere la spaventosa strada del “cominciare a sentirsi” mostrando palese interesse. Ed è, a modo suo, una versione Instagram e sicuramente zoomer di un bigliettino strappato dalla Smemo con una domanda scema sopra.

No? Non ti convince? Eccoti un altro esempio ancora più crudele. Prego.

Fino a qualche mese fa su TikTok circolava un trend che si chiamava “Point break game”, o “Point break challenge”.

Il meccanismo era: partiva l’inizio di questa canzone (“Can we kiss forever?” di Kina, che era già un mezzo meme di TikTok), un gruppetto di amici (spesso in auto) doveva cominciare a indicarsi a tempo come fosse una conta, e quando il beat del pezzo droppava chi si ritrovava indicato era obbligato a chiamare la persona di cui era innamorato (crush, spesso senza articolo davanti, come sappiamo) e dirle tutto.

Ancora peggio cose come la “Crush challenge” o la “Best friend challenge”: anche qui colonna sonora standard (BØRNS, “Electric Love”), premi rec e baci quella persona per vedere come reagisce — io non molto convinto.

A 6.09 un ottimo e italianissimo esempio

E ce ne sono a decine, di espedienti per accelerare i flirt, di nuovi modelli di “corteggiamento” veloce.

Tutto questo per dire che la Gen Z ha abbandonato i cari vecchi metodi? Che era meglio prima? Che la risolvono così, a colpi di meme e baci clandestini a favore di camera? No ovviamente.

Nessuno sa come funziona, manco i più giovani. Gente che però è cresciuta per natura guardando i tutorial.


Come si dà il buongiorno a crush

L’altro giorno mi sono imbattuto in un articolo abbastanza gustoso di un noto settimanale italiano. Era uno dei soliti pezzi su “come parlano i giovani”. L’ho postato nelle mie Stories ma lo metto anche qui:

Adesso, a parte la violenza di questa conversazione — tra l’altro del tutto innaturale — e l’imbarazzante scambio “Notevole melanzana/Dai fai vedere pere”, la cosa non ha fatto altro che farmi ripensare a: come si scrivono davvero gli zoomer fra loro, specie quando c’è da fare un discorso di tipo romantico?

Chi smette di scrivere per primo? E quando si risponde? A che punto è concesso scendere a patti col double texting — ossia quando si scrive di nuovo senza aspettare risposte? Ti incollo questa giovane testimonianza che ho trovato su VICE, tu trai le tue conclusioni:

“Quando inizio a parlare con uno, preferisco che sia lui a dire qualcosa che mi fa venire voglia di ghostarlo che essere ghostata, perché almeno ho il coltello dalla parte del manico”, dice Sophie. “Lo so che è brutto da dire, ma a volte è piacevole essere la persona che respinge tra i due, ti rafforza l’autostima, ti dici ‘Ah, non ho bisogno di lui’”.

Quante volte ci hai pensato? Zero? Sempre? E insomma, come funzionano queste comunicazioni, ora che ricoprono larghissima parte dei nostri scambi sociali — perché certe app le usiamo tutti, e perché: pandemia?

Una risposta soltanto non esiste, chiaramente. Ed è per questo che esistono migliaia e migliaia di contenuti su YouTube che cercano di spiegarlo.

Questo che vedi qui sopra è un video di GrenBaud. Adesso lui è uno streamer di Twitch in mega ascesa, da youtuber si è però sempre un po’ soffermato sul mondo dei flirt via DM, sul funzionamento di robe tipo le domande di Instagram e piattaforme come ThisCrush e Tellonym (ne avevamo già parlato), i follow “tattici”, la friendzone eccetera.

I suoi video sono una roba a metà fra commentary e rant, una specie di versione Mp4 di un gigantesco “Mai una gioia”. Ma risponde — almeno nello slancio e nel modo in cui sono fatti i suoi titoli e contenuti, così come le sue più recenti live su Twitch — a un’esigenza reale, richiesta, condivisa: come si fa a fare le cose, in amore? Anche tu soffri? E cosa si fa quando si soffre?

E infatti: il mercato dei contenuti a tema è pieno di spiegoni, dibattiti e clip parodiche con un botto di visualizzazioni (ma milioni). Ecco un po’ di video a titolo d’esempio, così ci capiamo senza perderci in parole:

Eccetera. Ne ho visti un botto. È tutta roba a metà fra il motivazionale, lo psicologico, il tecnicismo da conquista, i corsi da pick-up artist e lo spieghino da chi ne ha viste tante. Ho capito come coltivare fiducia in me stesso ma non ho imparato nulla.

Quando ho cominciato a cercare questi video per farmi del male e scrivere questa newsletter ero mega consapevole del fatto che la ricerca sarebbe durata giorni. Voglio dire: che un adolescente di oggi — cresciuto con Internet in tasca — cerchi risposte in rete su quesiti d’ogni tipo (compresi quelli relazionali) non mi sorprende per nulla.

Quello che mi chiedo, però, è: al di là dello strumento, che stimola la ricerca di una risposta e la produzione di un contenuto che la soddisfi, c’è qualcosa di diverso, di notevole, di lontanamente indicativo nel modo in cui la Gen Z vive la sfera dell’amore? Boh ho letto un paio di robe.


Stop amore

Insomma è ovvio che a 15 anni cerchi di capire come funziona questo mondo, e che per istinto chiedi consigli all’Internet: come ci si comporta quando si vede crush in giro, come si reagisce quando ci si rivolge la parola, ecc.

E però questa propensione alla ricerca d’aiuto può trovare a suo modo — come no — una certa conferma anche in alcune tendenze specifiche che qua e là qualche ricerca ha cercato di rendere evidente.

Mio video preferito su “come ottenere una ragazza” (cit)

Partiamo da questa cosa: sta montando da qualche anno la convinzione, secondo vari studi, che la Gen Z sia una generazione particolarmente ansiosa e frustrata: la socialità sarebbe vissuta in modo competitivo, il mondo digitale come un’opportunità sempre mancata più che una vetrina, e i rapporti interpersonali un motivo di apprensione.

Secondo l’American Psychological Association, “sempre più stressati e isolati, più del 91 percento degli zoomer dice di aver avuto almeno un sintomo fisico o mentale dovuto a stress” — come sentirsi depressi e sperimentare mancanza d’interesse, motivazione ed energia.

Quelli di questa generazione “sono stati marchiati da sempre come i commitment-phobes della società”, spiega Izzy Copestake su Refinery29, che includo a questo punto del testo per darmi ragione da solo.

“Pratici con la tecnologia e schizzinosi quando si tratta di impegnarsi dal punto di vista romantico, (...) non c’è da meravigliarsi che i nati alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni 2000 si siano guadagnati questo titolo”, e che contestualmente vivano il dating come un’operazione complicatissima, soprattutto quando hai contagi, lockdown e coprifuochi vari da dover considerare tra i potenziali ostacoli.

E infatti, secondo altre ricerche, il momento dell’appuntamento, del date, pare sia diventato motivo di stress serio (più serio di quanto ci ricordiamo) al punto da volerlo evitare e trasformarlo in una più sicura trasmissione a distanza — qui si legge che nella fascia 18-24 i virtual dating sono una cosa reale, e che per il 21 percento degli zoomer scriversi conterebbe tranquillamente come appuntamento, per dire.

Secondo la prof. della San Diego State University Jean Twenge — autrice dello studio “iGen” — effettivamente i giovani non si inviterebbero a uscire per scopi romantici quanto i loro genitori: solo il 56 percento degli school senior sarebbe stato a un date nel 2015, contro l’85 percento di Boomer e Gen X.

Super citato poi c’è questo esperimento di Kerry Cronin del Boston College, che per dimostrare quanto il darsi appuntamento a scopi amorosi possa influire beneficamente sulla salute mentale, avrebbe costretto i suoi studenti a uscire con una persona e a scrivere della cosa.

Alla fine i ragazzi si sono presi bene, ne avrebbero guadagnato in fiducia personale e si sarebbero sentiti meno soli e depressi — impensabile.

Intendiamoci comunque, su molte cose di questo tipo pare che Gen Z e Millennial vadano super d'accordo: come far slittare le tappe della vita “compiuta” e “adulta” (sposarsi, fare figli, accendere mutui) rispetto alle generazioni precedenti, e per motivi abbastanza evidenti dal punto di vista economico e culturale — sono anni che i maggiori giornali mondiali costruiscono copertine evocative sul crollo della libido e sulla crisi del format-matrimonio.

Più che alla tendenza generale dell’ignorare le vecchie tappe boomer della vita, però, a me interessava capire come la percezione dell’amore romantico e idealizzato in un contesto pandemico e contemporaneamente digitalizzato come quello attuale possa aver influito nelle cape dei nostri fratelli più piccoli, già tanto diversi da noi.

E non ce l’ho, una risposta. Non ce l’avremo per un po’ di tempo — anche se buttar dentro la mischia un po’ di robe su salute mentale e simili non è mai una brutta idea.

Però la chiudo così: ieri ho visto un TedX di questo ragazzo — non so chi sia — che cercava di convincere una platea di studenti del perché valga sempre la pena di esporsi, di fare la prima mossa, di dire all’altra persona che si prova qualcosa (mica sempre vero).

Fa tutto un discorso su quanto affrontare la paura di un potenziale rifiuto sentimentale possa aiutarti a crescere, e mi è suonato un po’ come se il pensiero romantico — che è quanto di più intimo puoi avere a una certa età, quella che adesso è degli zoomer — fosse stato reso e raccontato come semplice spunto prestazionale, momento di self-help, allenamento per l’improvement dell’io, una posa yoga.

Come un modo per poter comunque sentirsi migliori, perché “motivazionale” ed “esperienziale” è meglio di “triste”, e perché prenderle oggi ti aiuta a vincere domani — eccoti una camicia bianca button-down e un paio di Airpods per fare meditazione in pausa pranzo.

Pensavo che innamorarsi non fosse come andare in palestra, ma volesse dire struggersi un po’. Però forse sono io che sono un partigiano del romanticismo, e mi vivo la vita collina dopo collina — che cazzo ho scritto?


E questo è tutto. Dimmi una cosa: ti va bene che zio svarioni un po’ così, o la vuoi più essenziale e scientifica? Fammi sapere, risp a questa mail o scrivimi su Instagram, ci tengo, giuro che ti ascolto. Mi trovi anche su Twitter, Twitch e LinkedIn.

Ultima cosa: lunedì 29 dopo le 21.30 potresti (come non potresti) trovarmi sul canale Twitch di Red Bull Italia per parlare sempre di Gen Z (ma con esponenti Gen Z di tutto lusso) insieme a Carlo Pastore. Il format si chiama TalkZ: se ti interessa zio, magari ti interessa anche questa. Passa a ved, fammi sap, num in privat.

Vuoi leggere vecchi episodi di zio? Li trovi qui. Caiaoao.

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