La storia di come la Gen Z ha scoperto Mia Khalifa

Cosa fa oggi Mia Khalifa, e perché TikTok è diventato il posto a cui vuole più bene su Internet?

Ciao,

Io sono Vincenzo e questa è zio, la circolare ministeriale.

Subito giro veloce per chiederti come va, per salutare i nuovi arrivati e per linkare a caso alcuni degli ultimi episodi di questa newsletter: ciao Twitch, ciao “trend” delle risse organizzate, ciao recappone 2020 che torna sempre utile.

Qualche tempo fa Alice — lo spettro che si aggira per questa newsletter — ci aveva parlato del grande ritorno dell’astrologia come topic ottimo per memare, soprattutto per la Gen Z. Oggi torna a farci compagnia per raccontare insieme una storia e un fenomeno interessanti, una di quelle cose che prima dici “ah” e poi aggiungi “non sapevo, grazie”.

Tema: Mia Khalifa. Se il nome non ti dice niente, leggi. Se invece ne avevi già sentito parlare, leggi ancora più forte. Vai Alice parti.


Chi è Mia Khalifa?

Ciao. Allora. Mia Khalifa ha 28 anni. Si definisce creator, imprenditrice, influencer e persona che “ci sta provando”. A lungo, però, ciò che l’ha definita per milioni di persone è stata la sua fulminea carriera nel porno — e in particolare il “video con l’hijab” che ha girato a 21 anni, nel 2014.

A distanza di tempo, e anche grazie a molti 21enni odierni e alle loro community, Khalifa ha dato vita alla sua “reinvenzione” (parola che usa spesso, e con cui Dazed ha intitolato un suo recente profilo). Oggi è una dei pochi millennial a non avercela con la Gen Z, che anzi, in parte, a modo suo ne ha abbracciato la causa. 

Ma andiamo con ordine. Nel podcast A conversation with di Philip DeFranco, Mia Khalifa pronuncia una frase che riassume abbastanza bene il suo attuale punto di vista su quel breve ma dirompente passaggio nel settore dell’intrattenimento per adulti: “Sarei dovuta entrare in terapia, non nel porno”.

La ricerca di attenzioni e conferme sul suo aspetto dopo anni di insicurezze è citata in maniera ricorrente nelle interviste in cui spiega i tre mesi del 2014 — e un successivo periodo di camming — in cui, sotto una celebre casa di produzione, ha girato i video che l’hanno resa uno dei nomi più cercati di sempre nel porno. E che, anche a seguito delle minacce di morte ricevute, l’hanno portata a lasciare l’industria.

In rete le ricostruzioni di quella sua parte di vita abbondano, e il senso di questo episodio di zio è anche parlare della riappropriazione di sé di Khalifa — motivo per cui qui preferisco non dilungarmi e, in generale, ho privilegiato le fonti in cui è lei stessa a parlare e raccontare (spesso con revisioni, talvolta con rimozioni e contraddizioni) la sua storia. 

La cosa importante da sapere è che, dopo un periodo di silenzio, nel 2019 Khalifa ha iniziato a parlare pubblicamente del suo passato per “fare luce su ogni singolo momento discutibile, perché se lo faccio mio non potrà essere usato contro di me”. 

L’aspetto più noto legato a quelle dichiarazioni sono i soli 12.000 dollari che avrebbe guadagnato dal porno, ma le riflessioni sulle conseguenze psicologiche, personali e professionali vissute da Khalifa — per chi volesse approfondirle — sono molto più interessanti.

Alla prima intervista con la life coach Megan Abbott ne sono seguite altre (quelle della BBC e di Anthony Padilla sono particolarmente note), ma è soprattutto ai suoi account social che Khalifa ha affidato moltissime puntualizzazioni.

Un esempio su tutti: il racconto delle circostanze in cui avrebbe firmato il contratto con la casa di produzione BangBros, senza la presenza o il consulto di un legale, perdendo praticamente ogni diritto sulla sua immagine e sul suo nome — tanto che il sito miakhalifa.com, ad oggi, apparterrebbe alla stessa BangBros, pur essendo scritto in prima persona e pieno di suoi video. Ma su questo torneremo poi.

Comunque, proprio dai social Khalifa ha cercato di far partire una nuova fase della sua vita. Nel 2016, dopo che i tentativi di vivere “un’esistenza normale” erano naufragati, ha deciso di riaprire il suo account Instagram (il primo le era stato sottratto nel 2015 e poi chiuso per “propaganda jihadista”) e di affermarsi come “influencer, per mancanza di un termine più adatto”, con l’intenzione di cambiare la narrazione intorno alla sua vicenda.

Oggi ha account su praticamente ogni piattaforma social possibile (sì, anche su Clubhouse), e se di per sé la cosa non ha nulla di strano, specie per una celebrità, è sicuramente interessante per questa newsletter l’uso che ne sta facendo — e il ruolo che gli utenti di queste piattaforme hanno nella storia che stiamo raccontando. 


Cosa fa oggi Mia Khalifa?

Dunque, cosa fa Mia Khalifa oggi — e cosa ha fatto in questi anni? Per rispondere non devo nemmeno fare un elenco puntato, perché l’ha già fatto lei in un tweet di luglio 2020, enumerando le attività che ha svolto “per più tempo di quello in cui ho lavorato nel porno, e nonostante lo stigma”. 

Tra i traguardi citati nel tweet ci sono la conduzione di programmi sportivi e in generale il suo ruolo di opinionista di sport e scommesse; due app; le attività di social media marketing; la creazione di community su Twitch, YouTube e TikTok, e non ultimo “l’attivismo digitale” (da quello per il suo paese d’origine, il Libano, al sostegno alle proteste degli agricoltori in India, paese che tra l’altro raccoglie il 40 percento del suo pubblico social).

A questi possiamo aggiungere la partecipazione nel ruolo di “se stessa" alla serie vincitrice di un Golden Globe Ramy, e il suo account OnlyFans, pieno di contenuti “safe for work, ma spicy” e che in quattro mesi di attività le avrebbe permesso di raccogliere più di 160mila dollari per diverse cause.

Altre cose sul suo OnlyFans: 

  1. Nonostante il disclaimer, un sacco di gente si iscrive pensando di trovarci foto NSFW. Questo è solo uno dei commenti di Khalifa sul tema: “Se ti iscrivi al mio OnlyFans e poi ti incazzi perché non sono nuda… Be’, caro idiota, non puoi permetterti dire che avrei dovuto studiare i contratti prima di firmare. Dio benedica te e il riaddebito che hai chiesto alla banca”;

  2. L’account Instagram @livefrommyof, che raccoglie i DM ricevuti da Khalifa e le relative risposte; 

  3. Il supporto che offre a sex worker della piattaforma, come reazione alle polemiche che delegittimerebbero quello spazio — a proposito, se non hai capito niente di questo paragrafo: potrebbe essere nei piani un episodio a tema 👍

Per chiudere questo capitolo, aggiungerò solo che da un po’ di tempo twitta e partecipa a stream sulle criptovalute. Se vuoi vederla urlare "buy buy buy” durante il caos di Gamestop, qui c’è un video.


Cosa c’entra la Gen Z?

Il fatto che col tempo Khalifa abbia deciso di divulgare più dettagli sul suo passato non significa che l’obiettivo di “farlo mio, affinché non possa essere usato contro di me” sia facilmente raggiungibile. 

Per ogni contenuto che pubblica o che la riguardi, Twitter, Reddit, YouTube e post social di giornali sono pieni di persone che la accusano di essere ipocrita, di fare eccessivamente la vittima, di ‘meritarsi’ una vita rovinata dal porno. 

Ecco: basta una rapida occhiata al suo account TikTok (e in misura minore Instagram) per percepire l’enorme differenza di tono. Su TikTok il suo pubblico non è solo necessariamente più giovane, ma è in buona parte femminile e la considera animatrice di una community votata all’empowerment (ti ricordi le fancam per i BTS e Daddy Conte? Ovviamente ci sono anche per lei). 

Come ha spiegato a Dazed, “non tutti penseranno sempre a me come ‘la pornostar’ o ‘l’ex pornostar’: alcuni [su TikTok] mi stanno conoscendo proprio adesso, ed è incredibile”. Forse anche per questo, è interessante sapere che Khalifa ha a lungo rimandato la sua iscrizione a TikTok per via di uno dei meme più celebri sulla piattaforma: “hit or miss”, estratto dalla canzone/dissing del 2018 “Mia Khalifa” del duo iLOVEFRiDAY.

Il pezzo è nato da un finto tweet di Khalifa contro la componente femminile del duo, e su TikTok echeggia nelle sue prime note e le parole “Who do you think you are? You were sucking d*ck for a foreign car” — da cui si capisce subito perché Khalifa volesse evitarlo (qui, ad ogni modo, c’è una ricostruzione da parte del comico e internet creator Reed Kavner).

Poi nel 2020 è successo qualcosa (= pandemia), e Khalifa ha deciso di aprire un profilo. Adesso ha più di 15 milioni di follower e sostiene si tratti del posto di Internet in cui si sente più al sicuro

La sua produzione su TikTok si può riassumere in una serie di categorie:

  • Vita vera, che va dal dietro le quinte della recente plastica al naso alle sue sessioni in palestra, o le giornate col marito;

  • I duetti con altri tiktoker, pensati essenzialmente per dare visibilità a giovani creator, comunità marginalizzate e cause come la sostenibilità o le proteste nel mondo;

  • L’attivismo digitale, estensione del punto precedente e che a giugno, a sostegno del movimento Black Lives Matter, ha visto il suo profilo amplificare voci nere con la didascalia “la mia piattaforma è la vostra”, producendo più di 38 milioni di views in 24 ore;

  • Challenge come “backpack”, “how God made me” o “pose” (nel suo caso, imitando “gli uomini che mi hanno manipolata”);

  • Salute mentale, anche rispetto al suo passato, come il video con la didascalia “Quel momento di dissociazione che ti prende ogni ora, quando ti ricordi che l'idea che hanno di te milioni e milioni di persone si basa sui tre mesi più bassi, più tossici e meno caratteristici della tua vita”;

  • Body positivity, empowerment;

  • Ringraziamenti ai fan per il supporto — a cui potremmo aggiungere un bel po’ di interazioni dirette, come questo commento in cui Khalifa si rivolge all’autrice di un video che fantastica sulla facilità di guadagno nel porno.

Ma perché, dicevamo, soprattutto i più giovani sono diventati così importanti per questa sua reinvenzione? 

Le ragioni sono varie — ci sono il tono e i temi toccati (vicinissimi a quelli cari alla Gen Z), ci sono le dinamiche della piattaforma (e la ricerca di comunità nell’anno della pandemia), e poi c’è stato il momento in cui, per dirla con l’articolo di Dazed, Khalifa stessa è diventata “la causa da supportare”.

La causa, in particolare, si riferisce alla petizione "Help Mia Khalifa” su change.org, che oggi ha un milione e 800mila firme e il cui testo, riassunto, dice più o meno: 

“Mia Khalifa ha fatto parte dell’industria del porno per 3 mesi nel 2014, a 21 anni, ricevendo solo 12mila dollari contro i milioni che Pornhub e BangBros fanno coi suoi video […] Lei e i suoi legali hanno avanzato innumerevoli offerte economiche ai titolari del suo dominio e dei suoi video, senza tuttavia successo. Chiediamo che il suo dominio le venga restituito, che i suoi video vengano rimossi e che la questione sia portata in tribunale. Mia ha più volte dichiarato di essersi pentita della sua scelta.”

A lanciare la raccolta firme non è stata Khalifa (che l’ha veicolata sui suoi account social dopo, dice, averla vista quando le firme erano circa 500), ma creator TikTok come @iisabellabello. A quest’ultima in particolare si deve l’hashtag #Justiceformia, diventato virale sulla piattaforma con quasi 100 milioni di views. 

Mentre la petizione cresceva, Khalifa ha continuato a parlarne — sia perché a suo dire la battaglia riguarda tantissime altre ragazze cadute “nelle stesse trappole in cui sono caduta io”, sia per chiedere di spostare l’attenzione “su cause molto più importanti” come BLM — e a ringraziare i giovani che la stavano spingendo, spesso mostrandoli direttamente in video, con riferimenti al suo amore per la Gen Z e al loro essere il risvolto positivo di una vita di traumi. 

“Ho una mia famiglia”, scrive nella didascalia di uno dei suoi video. “Era lì su TikTok, e c’era da un sacco”. 

Ovviamente il tono di molti dei video dei fan — e a tratti quello della petizione — tradisce un po’ l’ipersemplificazione tipica di molti contenuti su TikTok (o più in generale quella del sostegno a molte cause online). 

Il contesto però parla chiaro: su Pornbub, per citare il tube più noto, la ricerca “Mia Khalifa” offre più di 2000 video, principalmente cut e rimaneggiamenti della dozzina di filmati che Khalifa ha girato nel 2014 e che vengono periodicamente riproposti come nuovi. La sezione “pornstar/miakhalifa” sulla piattaforma ha 307 video, per quasi 900 milioni di visualizzazioni; quella “user/miakhalifa” ne contiene 165. Qui Khalifa figura come l’ottava pornostar più cercata.

Tutte queste pagine, inoltre, portano al sito registrato a suo nome di proprietà di BangBros, e tutte parlano al presente, invitano a seguire le “ultime notizie” o contengono filmati dal titolo “Mia is back”, accrescendo la falsa convinzione che Khalifa sia ancora attiva (e, ovviamente, ingrossando i guadagni dei tube).


Cosa sto cercando di dire?

Oggi, a due anni dall’inizio di quel processo di riappropriazione della sua storia, Khalifa può sicuramente contare su una base più solida di sostenitori e su piattaforme che, spiega in varie interviste, le garantiscono una libertà e un’autodeterminazione senza precedenti. 

Con la community su TikTok, con il suo attivismo su Instagram e Twitter, con la possibilità di “scegliere autonomamente cosa indosso, cosa faccio e cosa posto” su OnlyFans, il suo nome si sta lentamente allontanando dall’eredità del porno — o forse, più che allontanarsi, sta provando a sovrapporvisi alle sue condizioni.

Dopo la petizione, Khalifa ha iniziato ad accusare sempre più spesso BangBros, che a giugno ha avviato una contro-campagna nei suoi confronti (mentre meno chiara è la sua posizione su Pornhub — anche se dopo l’inchiesta del NYT “The children of Pornhub” ha accolto positivamente la scelta di Visa e MasterCard di bloccare i pagamenti sulla piattaforma). Ogni tanto le sue dichiarazioni hanno sfumature simili a quelle delle campagne anti-porno, ed è anche per questo che qualche sex worker in passato l’ha accusata di fare di tutta l’erba un fascio, mettendo in cattiva luce le moltissime persone adulte e consenzienti dell’industria.

Ma è indubbio che il mondo del porno mainstream e i tube abbiano una lista infinita di problemi di etica, consenso e diritti, problemi che inchieste come quella citata sopra, la vicenda Girls Do Porn e le testimonianze di sex worker e attivisti e attiviste stanno via via portando alla luce.

Come scrive nel suo libro Vírgenes, esposas, amantes y putas Amarna Miller (che ha lasciato il porno nel 2017 per dedicarsi ad altro, ma non ‘rinnega’ nulla e anzi si batte contro la narrazione che vuole ogni fuoriuscita automaticamente vittima in cerca di riscatto), “le esperienze nel porno sono tanto varie quanto le persone nel settore”, eppure il giudizio della società è uno solo.

Non so se la mobilitazione di TikTok — e più in generale la questione della reinvenzione di Khalifa — facciano la loro parte nel provare a sgretolare quel giudizio, ma di sicuro fanno parte della storia.


E niente, grazie per aver letto. Ciao da Alice.

Io invece sono di nuovo Vincenzo e sono qui per i saluti: qui trovi l’archivio con le altre puntate; mi trovi anche su Instagram, Twitter, LinkedIn e Twitch; e se mi sposti nella casella normale di posta (e aggiungi questo indirizzo alla rubrica) mi aiuti a non finire in spam o “promozioni”. Alla pross.