No Cap No Cicap

Cosa c'entrano queste due emoji 🚫🧢 con QAnon e altre teorie del complotto? Penso nulla.

Ciao,

Io sono Vincenzo e questa è zio, la newsletter degli anziani.

Come andiamo? Io bene dai. Non fa un po’ freddo?

Faccio gli onori di casa un secondo. Ciao ai nuovi arrivati, siamo quasi in 3000, gracias. Se volete qui trovate l’archivio con tutti gli altri episodi. Di solito parliamo di fanfiction erotiche dedicate a Giuseppe Conte, mobile game per minori che diventano inquietanti, youtuber alle prese con la giustizia italiana. Cose così.

La volta scorsa ci siamo fatti un viaggione sulla presunta nostalgia della GenZ per il 2016, e più in generale sul concetto di nostalgia applicato a chi forse ha troppi pochi anni addosso per poterla provare.

Oggi ho deciso di farmi un altro svarione — due o tre info utili qua e là le condivido lo stesso, non ti agitare, è tutto ok.

Facciamo così comunque: partiamo dai cappelli, arriviamo al complottismo. GANG.


Cosa vuol dire 🚫🧢?

Ciao di nuovo. Se per qualche motivo non riesci a vedere il titoletto qui sopra, sappi che è perché ci ho messo dentro due emoji: quella del divieto (🚫) e quella del cappello (🧢).

Perché? La GenZ ha deciso che i copricapi sono da sfiguz? No, tranquillo. Eccoti un bel berretto.

E comunque no: non è neanche il caso di quei “messaggi in codice” del nuovo “esperanto digitale” che ogni tanto i grandi giornali cercano di decifrare per spaventare genitori e nonni — una volta ho scoperto su un quotidiano che l'emoji foglia vuol dire "la droga".

Divieto-cappello vuol dire semplicemente “no cap”. Prova a cercare su Google, toh:

“No cap” vuol dire no lies, o for real. In italiano sarebbe tipo “per davvero”, ed è usato soprattutto con funzione di intercalare a caso nel mondo delle Stories dei trapper, nelle loro canzoni e in generale nello slang.

È come il “4L” che abbiamo esplorato nell'episodio dedicato alla FSK, o i vari “fareshi” e “dondurè” di Ski&Wok, o la formula “check”: è un modo nuovo e molto abusato per dire qualcosa, per sostituire un avverbio o altro — in questo caso "seriamente", o “giuro”.

Circola da un paio d'anni al massimo: compare nelle canzoni anche in Italia, si trova nei commenti di YouTube, la si usa sotto forma di hashtag, la ritrovi su Instagram. E su TikTok, dove è stata stra-lanciata da questo pezzo di YoungBoy Never Broke Again (“No mention”) che la cita, e che veniva usato spesso per i lip-sync.

Per darsi una definizione più chiara, Bustle cita questa prof con profilo TikTok che ha chiesto ai suoi studenti di aiutarla a capire cosa volesse dire. Risposta: "No cap" è:

“Non contenere alcun tipo di falsità. Usata in una frase, potresti dire tipo ‘Sono stanchissimo, adesso dormo fino a lunedì — no cap’ [ti giuro]”.

Ci siamo cap-iti. Aha.


Da dove nasce “No cap”?

Qualcuno in giro si è preso l'onere di scoprire l'origine di questa formuletta.

Genius, il portale che raccoglie testi di canzoni e che da qualche anno si è messo in testa di fare un po' l'editore (ne parlavo qui qualche tempo fa) gli ha dedicato questo breve ma esauriente approfondimento video. Andiamo a vedere:

Quindi: anche se per qualcuno sarebbe stato usato in origine dalla scena gamer di Twitch (non vero), o introdotto dai Migos nel 2017, o creato dal nulla Chief Keef nel 2011, pare che in realtà la cosa sia nata già negli anni Ottanta sotto la forma di “high cap”. E che inizialmente significasse “tirarsela”.

Nel video sopra c’è anche un bel grafico che ci fa capire quanto questa espressione sia finita con l’essere sempre più citata nei testi rap degli ultimi anni.

E basta, finito: a questo punto potrai legittimamente dire: cos’altro ha da offrirmi questo episodio di zio, questa newsletter, questo pianeta, una volta arrivati qui?

Te lo dico io, cosa. Un po’ di complotti e di paranoie. Ci sta.


Cosa c’entra il complottismo?

Ancora ciao, e benvenuti nella seconda parte di questa newsletter.

Segui un attimo ‘sto ragionamento: abbiamo detto che “no cap” vuol dire “no bugie”, “dico il vero”, e quelle cose lì, ok. Ma che rapporto hanno gli zoomer con il concetto stesso di “verità”, con le bugie, le bufale, i complotti, le fake news e i vaccini letali a base di metalli pesanti e 5G? Cosa si nasconde sotto quel cappello? E cosa dice il CICAP? EH?

Lo trovavo interessante, soprattutto alla luce del fatto che spesso tendiamo a pensare che i giovani siano naturalmente “progressisti” (pare non sia proprio così), che siano fighi per natura (ne scrivevo a proposito di Jonathan Galindo) e che “ci salveranno”.

Ne parlava anche Charlie Warzel sul New York Times qualche settimana fa, in quel periodo in cui per giorni ci hanno fatto una testa tanta coi tiktoker che avrebbero sabotato un evento di elettorale di Trump facendolo fallire:

“La storia dell'evento di Trump trollato dai tiktoker ha dato man forte a una certa narrativa che circola negli ambienti liberal online. E così come per i millennial, etichettati come mangia-avocado-toast ammazza-industrie, anche per la GenZ si sta delineando un nuovo ritratto stereotipato: un gruppo di social media vigilantes sardonici, nichilisti e fissati col cambiamento climatico che trolla i cattivi per le cause giuste. Forse ci salveranno tutti, secondo questa teoria — o almeno faranno perdere Trump.”

E invece non ci salveranno, dice — e dico pure io, dopo glielo scrivo, bella Charlie.

Non lo faranno perché, per esempio, pare che (molti, tanti, tantissimi) zoomer avrebbero difficoltà a distinguere la realtà dalla finzione.

Questo almeno secondo alcune ricerche: c’è questa dell'Università di Stanford, secondo cui l'82% dei middle schooler farebbe fatica a distinguere un'inserzione pubblicitaria da una notizia.

O quest’altra del 2019, sempre di Stanford, che ci parla di un ottimo esperimento: a 3000 studenti sono state fatte vedere scene di brogli elettorali russi e gli è stato suggerito in descrizione che si trattava Democratici americani alle prese con le schede delle elezioni del 2016.

La metà dei ragazzi se l'è bevuta all'istante e s’è messa a blaterare di prove schiaccianti di frodi elettorali. Andiamo avanti.

(Immagine dell’autore)

Altro fatto interessante: negli ultimi tempi sono spuntati i primi casi di influencer (appartenenti a mondi lontani dalla politica) che di punto in bianco si sono messi a spacciare teorie del complotto per fare engagement e recuperare le metriche social devastate dai mesi di lockdown. No cap.

“Gli influencer del settore lifestyle — spiegava la CEO dell'agenzia Takimi Mary Keane-Dawson — sono tra i più colpiti dal Covid, dal punto di vista finanziario.”

Non a caso, continuava, ci sono stati diversi casi di agenti che hanno consigliato ai propri talent di buttarsi sul populismo “per fare più follower” e monetizzare sulle bufale, spesso — furbescamente — limitando la cosa alle 24 ore di vita di una Story.

L’account @luvbec non esiste più, ma si trova ancora qualcosa.

È il caso — non l’unico —  di Rebecca Pfeiffer (@luvbec), influencer dell'Instagram lifestyle, che il 6 aprile postava foto di borse di Walmart e immagini col filtro seppia, e il 7 aprile ha cominciato a infilare hashtag come #wwg1wga, #qanon, #qdrops, e #thegreatawakening sotto a una foto in cui indossa un CAPPELLO con una Q, richiamo esplicito alla teoria cospirazionista QAnon.

Si tratta della più assurda fantasia complottista degli ultimi anni, secondo cui gli USA sarebbero guidati da una società segreta di pedofili satanisti, che Trump — insieme a membri dell'esercito e al funzionario dell'Intelligence “Q” — starebbe facendo di tutto per sconfiggere (se non conoscevi questa teoria: ciao, e benvenuto :) )

Raggiunta dal magazine Insider, @luvbec ha poi spiegato che credeva di doverlo al suo pubblico, “durante questo momento cruciale nella nostra cultura”.

E infatti: gli account che a pandemia dichiarata hanno cominciato a inseguire il trending topic, incoraggiando le teorie più assurde per pura strategia, sarebbero un botto e proverrebbero dagli universi social più inaspettati.

“Gli influencer del mondo wellness”, per esempio, si distinguerebbero come “generalmente anti-establishment, ostili alla narrativa mainstream, scettici nei confronti dell'autorità — tutte cose che si combinano alla perfezione coi messaggi populisti di QAnon”, spiegava su MotherJones Travis View, ricercatore del settore e autore di podcast, producendosi in uno dei miei parallelismi preferiti del 2020.

“Se stai cercando di costruirti un'audience, i seguaci di QAnon sono un ottimo bacino da cui attingere”.

Direi bene.


Cosa stai cercando di dirmi?

Altro esempio, altra teoria del complotto abbastanza nota: il PizzaGate.

Storia breve: “PizzaGate” è una teoria nata e diffusasi soprattutto su Reddit e 4Chan nel 2016. Secondo questa teoria, i Democratici gestivano un traffico di bambini a scopi satanici e sessuali dall'interno di una pizzeria di Washington (la Comet Ping Pong). Nel dicembre dello stesso anno, un uomo è entrato nel locale e si è messo a sparare, senza fare vittime.

La cosa, come detto, risale a quattro anni fa. È in qualche modo legata — come è evidente — anche all'ascesa della teoria QAnon, ma è rispuntata fuori negli ultimi mesi anche su TikTok.

È andata così: questa estate durante una live Justin Bieber si è toccato il cappello (come vedi tutto continua a TORNARE) davanti a 130mila spettatori. Unico problema: un botto di gente gli aveva scritto nei commenti cose come “Sei mai stato vittima del Pizzagate? Se sì toccati il cappello!”.

Cappello: toccato. Prova: inconfutabile.

Minuto 30.30: BECCATO.

La cosa ha ovviamente scatenato l’isteria collettiva di chi lo ha creduto e spacciato come vittima del complottone satanico, e fatto automaticamente nascere l'hashtag #savebieber — inutile spiegare che non esistono prove del fatto che Bieber abbia mai letto quei commenti e agito di conseguenza.

Collegata alla storia di Bieber, la teoria stessa ha ripreso a circolare come e più di prima.  Su TikTok avrebbe generato — sotto forma di hashtag #PizzaGate — almeno 82 milioni di visualizzazioni (dico “almeno” perché poi TikTok ha cominciato a tenere sotto controllo questo genere contenuti).

In Rete, in generale, le ricerche Google sono schizzate a cifre record: secondo CrowdTangle nella prima settimana di giugno il PizzaGate avrebbe prodotto 800mila interazioni su Facebook e 600mila su Instagram (ben più delle 512mila e 90mila del dicembre 2016).

La teoria si è quindi presa i suoi spazi su piattaforme più zoomer, aggiornandosi sensibilmente e passando dall'essere un complotto contro Clinton, Obama e “la sinistra” americana, a colpire businessman e celebrità varie — esattamente come per Bill Gates con il Covid.

Poi vabe, capire come e quanto viva un contenuto su TikTok è ancora un mezzo mistero.

Per esempio per un sacco di tempo hanno potuto circolare e diventare trending contenuti di e pro “boogaloo” (un gruppo di fasci suprematisti anti-establishment nati più o meno su Internet) con tanto di chiamate alle armi, incitamento alla violenza e hashtag con termini affini come #boog e #boogalo per aggirare la censura.

Così come per trend nati su Twitter e poi sfociati su TikTok come #filmyourhospital, in cui si invitava la gente a mostrare come in realtà gli ospedali fossero completamente vuoti, e che quindi la pandemia era una specie di truffa globale orchestrata dai media.

E insomma: cosa sto cercando di dire? Boh, niente, che se sulle loro piattaforme di elezione circolano tutte queste scemenze non è detto che i giovani di oggi siano immuni dalle minchiate, alla fine. E che probabilmente a salvarci non sarà neanche questa generazione. Spiace 😤


Finito. Questo è tutto. Se non sei convinto rispondi a questa mail, o cercami qui su Instagram, Twitter, LinkedIn.

Altra cosa che potresti scrivermi: ti vanno bene queste svarionate, o preferisci che zio vada dritto al punto e resti essenziale? Fammi sapo.

Comunque: se vuoi recuperare i vecchi episodi, puoi farlo qui. Se vuoi farti una passeggiata, metti la mascherina.

Ciao, al prossimo giroee.